The Fifth Estate (2013)

Scritto da Elio Sbrocchi il 4 novembre, 2014

In questo senso il film di Bill Condon (scritto da Josh Singer, ex collaboratore di Aaron Sorkin) guarda sia alla nuova scia di film che cercano di portare al cinema la più grande rivoluzione dei tempi che viviamo attraverso gli uomini dietro gli indirizzi internet più noti (da The social network fino ai prossimi biografici su Steve Jobs), sia ai movimenti politici e alle tendenze sociali maggiori, come già cercavano di fare i documentari TPB: AFK e We are legion. Forse però non è Bill Condon la personalità più adatta per un simile impiego. Della complessa figura di Julian Assange il regista azzecca ma non calca il contrasto tra tensione verso la verità e continuo ricorso alla menzogna, la costruzione di un personaggio per molti tratti fasullo e l'irrefrenabile tendenza alla mistificazione finalizzata ai propri nobili scopi, che poi concidono sempre con quelli della sua creatura. Tuttavia, dotato di un immaginario saldamente radicato nei decenni passati e poco incline a ripensare il cinema per adattarsi alla messa in scena di qualcosa che non c'è (un sito internet), Il quinto potere non ambisce al rigore di The social network (che di un network sociale come Facebook mostrava il contesto di nascita, nuove imprese da nuove categorie umane) ma anzi, pur puntando anch'esso sul rapporto fedeltà/tradimento di due amici, ha la sua trovata visiva più audace in un'idea vecchio stampo per la quale WikiLeaks viene rappresentato da un ufficio anni '50, in cui i file arrivano sotto forma di fogli di carta che bruciano quando viene attaccato. È solo un esempio dell'incapacità del film di immaginare un cinema diverso per raccontare dinamiche, personaggi e fatti unici, che si rispecchia anche nella necessaria semplificazione che viene fatta del protagonista. Il quinto potere infatti in molti punti dipinge Julian Assange con i toni del villain classico (quasi da Ian Fleming, dall'apparenza anticonvenzionale che si rispecchia in gusti, valori e tendenze non ortodosse), non solo lo mette esplicitamente dalla parte del male facendolo scivolare lentamente nel delirio (del resto il film è tratto dal resoconto molto parziale contenuto nel libro scritto dall'ex socio di Assange, ora in causa con lui) ma racconta il legame con Daniel Domscheit-Berg attingendo dichiaratamente al repertorio del melodramma e andando ben oltre l'innocuo bromance. L'Assange di Condon si comporta come una fidanzata ferita che per affermare la propria indipendenza compie il più clamoroso degli atti (di nuovo come Zuckerberg all'inizio di The social network, solo che in quel caso si trattava di un fatto ammesso dallo stesso protagonista) e questo senza negarsi nessuno dei peggiori stereotipi legati al mondo dell'hacking, dalla solitudine all'inettitudine sociale fino al rancore. Diviso tra l'ammirazione per le conquiste di WikiLeaks e la condanna dei rischi che ha corso, Il quinto potere appare più preoccupato di tirare una morale alla fine della storia (rigorosamente in bocca a giornalisti della carta stampata) che di mostrare la maniera in cui le nuove tecnologie stiano lasciando emergere nuovi protagonisti, nuovi contrasti e nuovi problemi ai vertici socio-economici della società. Il film tralascia totalmente la ricerca di un registro differente dal solito, riducendo una storia complessa da spiegare proprio per la peculiarietà dei suoi contrasti, ad un melò vecchio stampo in cui le dialettiche sono sempre gelosie, invidie e vanità già note e prevedibili dallo spettatore.